02/12/2009
News a pagamento. Google, Murdoch e noi
L’apertura di Google News alle notizie a pagamento è un’opportunità in più, una nuova casella che gli editori potranno spuntare nel vasto menu che la società di Mountain View offre dal lato publisher. Ma chi e quanti la sfrutteranno è difficile prevederlo. E quanti introiti realizzeranno, è ancora più arduo da immaginare.
Quella di Google ha molto l’aspetto di una mossa per placare Rupert Murdoch, da tempo ultrapolemico nei confronti dei contenuti gratis. Ma Murdoch non significa immediatamente “editoria”. E dove va Murdoch non è detto che sia la destinazione giusta. Né è detto che molti editori lo seguiranno.
Aggiungo che in quanto a modelli editoriali on line, la strategia di Murdoch non sembra delle più lucide, difetto che certo non candida il magnate australiano al ruolo di “guida” dei nuovi media. Qualche tempo fa Luca De Biase ci diceva quanto segue:
Qui l’intervista integrale.
Chi deciderà di farsi pagare e cosa metterà in vendita, lo scopriremo presto. Personalmente, non pagherei un centesimo per un lancio d’agenzia riscritto e “ri-mediato” da un qualsiasi sito d’informazione generalista. Ma potrei pagare per contenuti specialistici e qualitativi, sempre che non se ne trovino più gratis altrove. Questa è una delle chiavi di lettura: se da qualche parte su internet si continueranno a trovare buoni contenuti gratuiti, le notizie a pagamento non decolleranno mai. A meno che qualcuno non decida di mettere fuori legge il free, come già avvenuto in parte con il p2p. Una nuova legge sul copyright che proibisca il copyleft e i contenuti gratis... E solo fantascienza?
P.s. rassegna.it, il sito del quale sono responsabile, adotta il copyleft. Se qualcuno ci riprende, citando la fonte e linkandola come si deve, non gli facciamo causa. Succede però anche che partano nuove iniziative internettiane, con tanto di articoli sui giornali e sponsor politici, che promettono notizie e approfondimenti, una nuova e accurata informazione su lavoro, società, politica. Poi li apri e scopri che tutta l’informazione che pubblicano in realtà è... la tua. Articoli e articoli tratti da rassegna.it, o dall’unita o da altre fonti, e riprodotti integralmente. Si chiamano “aggregatori” e a me fanno storcere alquanto il naso. Non contengono neanche un contenuto autoprodotto. Potrebbero pubblicare solo una parte degli articoli che prendono dagli altri, linkando poi al testo originale, ma non lo fanno. E caricano valangate di materiali altrui, mica una notizia ogni tanto.
Operazioni simili danneggiano il copyleft e il free molto più delle crociate di Murdoch.
Quella di Google ha molto l’aspetto di una mossa per placare Rupert Murdoch, da tempo ultrapolemico nei confronti dei contenuti gratis. Ma Murdoch non significa immediatamente “editoria”. E dove va Murdoch non è detto che sia la destinazione giusta. Né è detto che molti editori lo seguiranno.
Aggiungo che in quanto a modelli editoriali on line, la strategia di Murdoch non sembra delle più lucide, difetto che certo non candida il magnate australiano al ruolo di “guida” dei nuovi media. Qualche tempo fa Luca De Biase ci diceva quanto segue:
“Murdoch è diventato un po’ il simbolo dell’editoria tradizionale che cerca di difendersi da Google, nel senso che ha prodotto la sua idea di pagamento dell’accesso ai siti come soluzione economica per il futuro in un contesto nel quale la pubblicità sembra andare meno bene e i vecchi modelli di business sono in crisi. Come andrà a finire? Forse neanche Murdoch lo sa, visto che ha cambiato idea almeno cinque volte su internet in maniera radicale, non dimostrando con questo di comprenderla pienamente. Negli ultimi dieci anni ha cambiato opinione da “Mi interessa un po’” a “Non mi interessa” a “Mi interessa un sacco e sarà tutto pubblicità” a “Voglio far pagare”. Questi sono cambiamenti radicali che non derivano evidentemente da una chiarezza strategica particolare”.
Qui l’intervista integrale.
Chi deciderà di farsi pagare e cosa metterà in vendita, lo scopriremo presto. Personalmente, non pagherei un centesimo per un lancio d’agenzia riscritto e “ri-mediato” da un qualsiasi sito d’informazione generalista. Ma potrei pagare per contenuti specialistici e qualitativi, sempre che non se ne trovino più gratis altrove. Questa è una delle chiavi di lettura: se da qualche parte su internet si continueranno a trovare buoni contenuti gratuiti, le notizie a pagamento non decolleranno mai. A meno che qualcuno non decida di mettere fuori legge il free, come già avvenuto in parte con il p2p. Una nuova legge sul copyright che proibisca il copyleft e i contenuti gratis... E solo fantascienza?
P.s. rassegna.it, il sito del quale sono responsabile, adotta il copyleft. Se qualcuno ci riprende, citando la fonte e linkandola come si deve, non gli facciamo causa. Succede però anche che partano nuove iniziative internettiane, con tanto di articoli sui giornali e sponsor politici, che promettono notizie e approfondimenti, una nuova e accurata informazione su lavoro, società, politica. Poi li apri e scopri che tutta l’informazione che pubblicano in realtà è... la tua. Articoli e articoli tratti da rassegna.it, o dall’unita o da altre fonti, e riprodotti integralmente. Si chiamano “aggregatori” e a me fanno storcere alquanto il naso. Non contengono neanche un contenuto autoprodotto. Potrebbero pubblicare solo una parte degli articoli che prendono dagli altri, linkando poi al testo originale, ma non lo fanno. E caricano valangate di materiali altrui, mica una notizia ogni tanto.
Operazioni simili danneggiano il copyleft e il free molto più delle crociate di Murdoch.
Di Davide Orecchio il 02/12/2009 alle 14:34



