06/12/2009
No B Day, la manifestazione dei figli
In piazza San Giovanni a Roma c’erano persone di tutte le età, ma io ho visto soprattutto i giovani, che mi hanno illuminato la piazza già buia come tante piccole lucciole sparpagliate intorno a me. Al mio fianco c’era un gruppo di ragazzini che non superavano i sedici, diciassette anni. Mentre Salvatore Borsellino iniziava a parlare, loro già si preoccupavano di pianificare il rientro a casa:
- Dov’è la metro più vicina?
- Mamma ha detto alle otto e mezzo a casa, massimo le nove.
E sull’altro fianco una ragazza (diciannove anni? Venti?) piangeva mentre Borsellino ricordava gli “eroi della scorta”, assassinati insieme a suo fratello.
Dal palco Alessandro Gilioli si rivolgeva a loro, ricordando una triste verità: molti di questi ragazzi sono nati e cresciuti con Berlusconi. Non conoscono un’Italia diversa da quella di Berlusconi. È più che sufficiente per arrabbiarsi. Se fossi uno di loro, se avessi diciott’anni, sarei molto arrabbiato.
Quando avevo quell’età (vent’anni fa) c’era l’Italia del Pentapartito, e mi sentivo come sedato, sotto l’effetto continuo e stordente di un Lexotan socio-politico. Non si viveva nel clima di conflitto permanente odierno, ma si stava come in un acquario. Un anno sì e un anno no si andava a votare, i partiti prendevano l’uno per cento in più, l’uno per cento in meno, e non cambiava nulla. Poi cadde il Muro, e le sue macerie finirono addosso anche a chi stava a sinistra democraticamente. Ma il Muro cadendo ci liberò tutti, seppure ammaccandoci. Poi vennero gli anni delle stragi. Falcone, Borsellino. I mesi del tritolo. Poi venne Tangentopoli e spazzò via tutte le leadership. Alla fine arrivò Berlusconi.
In questi quindici anni l’Italia è stata di Berlusconi anche quando il Cavaliere non l’ha governata. Chi ha governato in alternativa a Berlusconi è stato comunque condizionato, e destabilizzato, dalla sua presenza. Lo stesso vale per chi ha governato le imprese, le associazioni, le istituzioni. Tutti i gruppi dirigenti, a tutti i livelli, hanno dovuto fare i conti col sistema di potere e lo schema culturale del berlusconismo, e non gliene hanno saputo opporre uno diverso. E nessun gruppo dirigente è stato all’altezza delle proprie responsabilità. Per questo si può dire che i ragazzi di San Giovanni sono cresciuti nell’Italia di Berlusconi.
Questo Paese, il Paese di Berlusconi, ha combinato qualcosa di cui andare fieri? Fatta eccezione per il biennio europeista 1996-98, grazie al quale Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi ci portarono dentro la zona euro, la risposta è no. L’Italia non ha fatto nulla che meriti di passare alla storia. L’Italia si è presa un 4 in pagella in tutte le materie. L’Italia ha fatto quasi sempre schifo e ogni evento che l’ha riguardata, ogni cambiamento, è stato spesso un cambiamento in peggio.
(Se non fosse stato per la follia di Zidane, probabilmente non avremmo vinto neanche i mondiali del 2006. Dobbiamo ringraziare Zinedine, per quella coppa già restituita.)
Crescere nell’Italia di Berlusconi è una delle peggiori ingiustizie che possano capitare a una persona. Auguro ai figli di San Giovanni di diventare adulti, di innamorarsi e di compiere quarant’anni in un’altra Italia.
L’ultima generazione che si affacciò alla politica in questo Paese, fu massacrata nelle vie di Genova (G8, luglio 2001). Auguro a questa generazione di difendersi meglio. E che nessuno torca loro un capello.
- Dov’è la metro più vicina?
- Mamma ha detto alle otto e mezzo a casa, massimo le nove.
E sull’altro fianco una ragazza (diciannove anni? Venti?) piangeva mentre Borsellino ricordava gli “eroi della scorta”, assassinati insieme a suo fratello.
Dal palco Alessandro Gilioli si rivolgeva a loro, ricordando una triste verità: molti di questi ragazzi sono nati e cresciuti con Berlusconi. Non conoscono un’Italia diversa da quella di Berlusconi. È più che sufficiente per arrabbiarsi. Se fossi uno di loro, se avessi diciott’anni, sarei molto arrabbiato.
Quando avevo quell’età (vent’anni fa) c’era l’Italia del Pentapartito, e mi sentivo come sedato, sotto l’effetto continuo e stordente di un Lexotan socio-politico. Non si viveva nel clima di conflitto permanente odierno, ma si stava come in un acquario. Un anno sì e un anno no si andava a votare, i partiti prendevano l’uno per cento in più, l’uno per cento in meno, e non cambiava nulla. Poi cadde il Muro, e le sue macerie finirono addosso anche a chi stava a sinistra democraticamente. Ma il Muro cadendo ci liberò tutti, seppure ammaccandoci. Poi vennero gli anni delle stragi. Falcone, Borsellino. I mesi del tritolo. Poi venne Tangentopoli e spazzò via tutte le leadership. Alla fine arrivò Berlusconi.
In questi quindici anni l’Italia è stata di Berlusconi anche quando il Cavaliere non l’ha governata. Chi ha governato in alternativa a Berlusconi è stato comunque condizionato, e destabilizzato, dalla sua presenza. Lo stesso vale per chi ha governato le imprese, le associazioni, le istituzioni. Tutti i gruppi dirigenti, a tutti i livelli, hanno dovuto fare i conti col sistema di potere e lo schema culturale del berlusconismo, e non gliene hanno saputo opporre uno diverso. E nessun gruppo dirigente è stato all’altezza delle proprie responsabilità. Per questo si può dire che i ragazzi di San Giovanni sono cresciuti nell’Italia di Berlusconi.
Questo Paese, il Paese di Berlusconi, ha combinato qualcosa di cui andare fieri? Fatta eccezione per il biennio europeista 1996-98, grazie al quale Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi ci portarono dentro la zona euro, la risposta è no. L’Italia non ha fatto nulla che meriti di passare alla storia. L’Italia si è presa un 4 in pagella in tutte le materie. L’Italia ha fatto quasi sempre schifo e ogni evento che l’ha riguardata, ogni cambiamento, è stato spesso un cambiamento in peggio.
(Se non fosse stato per la follia di Zidane, probabilmente non avremmo vinto neanche i mondiali del 2006. Dobbiamo ringraziare Zinedine, per quella coppa già restituita.)
Crescere nell’Italia di Berlusconi è una delle peggiori ingiustizie che possano capitare a una persona. Auguro ai figli di San Giovanni di diventare adulti, di innamorarsi e di compiere quarant’anni in un’altra Italia.
L’ultima generazione che si affacciò alla politica in questo Paese, fu massacrata nelle vie di Genova (G8, luglio 2001). Auguro a questa generazione di difendersi meglio. E che nessuno torca loro un capello.
Di Davide Orecchio il 06/12/2009 alle 13:41



