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30/11/2009

Rivendicazione di Matilde Famularo

1950-1975

Molti anni dopo Ascona la riscatta dalle quinte. Quattro suoi componimenti aprono Le voci contro, antologia dedicata dal critico ticinese a poeti non solo defunti e inediti, né semplicemente vissuti nell’incertezza d’essere o non essere artisti ma deceduti ognuno con violenza, oltraggiati nella morte o scomparsi senza lasciare salme. L’isola, Il viaggio, Fabbrica e Maledetto Perón arredano lo zibaldone di Ascona (compendio di annegati e pugnalati, fucilati, sciolti nell’acido, smembrati e sparsi tra terra e mare – poeti purosangue) e li compose Matilde Famularo. Il mondo letterario ci si rifà gli occhi. S’innescano raccolte personali, traduzioni, traduzioni di traduzioni. I suoi manoscritti causano aste tra editori, ma lei che li vergò con grafia di attaccabrighe è morta da vent’anni, è svaporata. Non può vedere come quei necrofili si sbranino.
 

La sua non è arte per tutti. Al festival di Roma l’attrice Natalia Quarzo imbocca con buona volontà la Cantata dei balordi ma non arriva alla fine. Fermata dallo schifo quando è l’ora di pronunciare la “catilinaria”, abbandona il palco che il pubblico fischia e una critica, in realtà giornalista, in realtà cronista che da un po’ recensisce libri e l’appongono su tutte le fascette scriverà che «ci voleva più coraggio». Ha ragione: la bravura che mise Famularo nell’esprimere la furia tocca a chi sceglie di leggerla. Pochi si confessano arrabbiati. Se ognuno lo è «perché l’idrofobia nella sua costanza è umana» (G. Fahndel, Beabsichtigungen über Mensch und Gesellschaft, 1982, p. 261), nove su dieci si fingono mansueti e silenziano la collera tra i cuscini del privato. Ancora in vita e allergica alle ipocrisie della maggioranza, Matilde descriveva la moltitudine di «defalcati e senzapatata» con l’insolenza di chi si consumerà presto. Lei era diversa.

A sei anni scopre la forza della propria ira sulla spiaggia di Scari, non la più bella ma approdo dell’isola dov’è nata e vive. Laggiù la sabbia è nera e d’estate s’infuoca: per alleviare il dolore ai piedi Matilde salta su una pietra che seppure rotonda la ferisce in un piccolo varco tra pelle e carne. Lei che non s’accontenta di gridare prende il ciottolo e gli mostra i denti, scorticandosi lo graffia e lo getta in mare. Ecco che è venuta a galla la follia, punto debole o rimedio?, diciamo “una natura” che le si scoperchia e la stupisce e inorgoglisce pure, perché è sua, «perché sono fatta così e nessuno è fatto come me». La volontà non c’entra nulla, invece la reazione sì. Dov’è un ostacolo lei si precipita e picchia e gli addebita un disegno. Dal ciottolo in su la lista è lunga. Ha molti nemici tra porte, pareti e pavimenti dove sbatte o cade. Dappertutto c'è un'anima. Sbucciarle un ginocchio è un insulto: la bambina risponderà con la furia dei tacchi. Legni e intonaci che l’hanno ostruita prenderanno calci come pugnalate, e le urla di un’orda. Le maniglie che le incrostano polsi e gomiti subiscono sberle e pugni. Sputa su ogni macchinazione delle cose, che non hanno diritto di ferirla.

Nel mezzo di una mare profondo, blu e calmo, bestemmia la medusa che l’ha punta con uno strazio che allontana pesci e pescatori.

Scivola sulla scale ripide che portano al faro di Strombolicchio: mentre il ginocchio fiotta qualche goccia di sangue, Matilde impreca sull’aria che respira e maledice.

La sua pelle è già bruciata dal sole, i cui raggi di nascosto le scavano come cunicoli sul volto rughe disposte a mostrarsi molto dopo nella vecchiaia che Matilde non conoscerà. Figlia di pescatore vive in un’isola che non ha corrente elettrica con sei fratelli oltre al padre, due cani e una nonna manesca in una tana ai piedi della chiesa di San Vincenzo, accoccolata insieme a parecchie nel punto più riparato e se non geometricamente, geograficamente antitetico rispetto alle bocche del vulcano che colano lava dall’altra parte del cono. Per chi veda dall’alto (non Matilde, né io) si mostra una mescolanza di calcestruzzo e pietra, una fratellanza di tetti senza colore abbracciati nella china all’ombra del tempio, rifugiati nel suo soccorso mentre la montagna spara fuoco. Vita elementare comandata dalle stagioni dove il pesce fresco è il cibo dell’estate oppure d’inverno lo si tira fuori dal ghiaccio per condirlo con cipolle, erbe diverse e olive nere.

La madre è morta prima di tutto questo quando Matilde aveva tre anni e nel suo letto la donna aspettava e il sangue le colò dalla bocca, e il braccio le scivolò sui fianchi. Ecco l’innesco del quaderno poetico che riempie tra i tredici e i quattordici con le sole forze della seconda elementare e non lascia spazio che a proteste. Dove maledice tutto. Maledice i denti che cadono, le croste di sangue, le unghie spezzate, il fiato della nonna, le bestemmie del padre, il mal di gola e la febbre, l'odore della cacca, le pustole del morbillo, maledice il dolore, ogni graffio subito, l'incomprensibile gergo del padre, la puzza del suo corpo, maledice gli abiti del padre, le scarpe del padre, le mutande del padre, «che non voglio vedere, che non voglio annusare mai più», gli scogli affilati e neri che raschiano i piedi, il vulcano, i suoi rumori e la sua cenere. Mischia l'acuzie del dialetto a una lingua di rossori e timida. L'intruglio è una gengiva appena spaccata dal dente, irrorata di sangue…

Questa storia prosegue su «Nuovi Argomenti», vol. 48, ottobre-dicembre 2009, pp. 128 sgg.

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Di Davide Orecchio il 30/11/2009 alle 11:33



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