25/04/2010
Il 25 aprile di mio padre
C’è una casa nel corso del tempo dove un uomo non parla, un bicchiere di whisky sta sulla libreria scura, una sigaretta accesa sta sul bordo dello sgabello, un televisore trasmette gli anni settanta, un bambino squaderna un libro di Gianni Rodari sul pavimento, una palla rotola sul parquet scheggiato, un gatto entra dal terrazzo, centinaia di volumi crescono negli scaffali fino al soffitto: di letteratura, storia, teatro, poesia, sociologia, denuncia, compromesso, reazione, rassegnazione, rivoluzione e provocazione. Ma il libro numero uno è lui, il signore in poltrona.
Quello coi pantaloni di fustagno e il golf da marinaio?
Esatto. Lui è il libro in un’altra lingua, quella che non conosci.
Non farti illusioni. Non dirà nulla neanche oggi.
Lo so. Ma ci provo lo stesso.
“Che vuol dire che eri partigiano?”
(silenzio)
“Che cos’è la Resistenza?”
“E’ la guerra.”
“E la guerra cos’è?”
“Una cosa schifosa.”
Che ti avevo detto? Non parla.
Adesso qualcuno apre una finestra e al giorno segue la notte. Mr. Ragioniere, Mr. Pallottoliere, Nostro Signore dei conti che non tornano fa l’unica cosa che sa: passa, si lascia rimpiangere e l’uomo non ne ha più sessanta ma settantaquattro, e il bambino non ne ha più sette ma venti. L’uomo chiede: “Cosa studi all’università?”. Il bambino risponde: “La storia”. “Fai bene, la storia è importante”, e la sigaretta ora è un mozzicone che annerisce il legno, il gatto non c’è più, il televisore trasmette gli anni novanta, l’uomo a volte sragiona, non ricorda, scende le scale, va al bar, cade, si rompe un femore, lo mettono su una sedia a rotelle, cambia casa, ha paura di camminare, guarda Berlusconi in tv e s’impressiona, si ammala, guarisce, si ammala di nuovo mentre il bambino parte, ritorna, parte ancora e un giorno si incontrano circondati dal bianco.
L’uomo giace in un letto bianco che è enorme.
Ti sbagli. Il letto è normale. È lui che è diventato piccolo.
È vero. Sembra che una strega gli abbia fatto un incantesimo. Guarda com’è magro!
Il bambino si appoggia a una parete bianca e saluta l’uomo, che tra poche ore morirà. Muore verso l’alba e quindi ciao.
*
Sulla parete del mio studio è appeso un diploma in Resistenza. Il diplomato era mio padre, fiero dell’attestato e se lo teneva vicino. Adesso sono io a tenerlo vicino. Gli fu conferito nel 1965, nel ventennale della Liberazione. Un disegno di Renato Guttuso raffigura una ragazza che vola, vestita di rosso, aggrappata a una bandiera tricolore. Più sotto appaiono parole e aggettivi che letti tutti insieme dall’inizio alla fine dicono:
Scarica l'mp3
Il che si potrebbe sintetizzare con un semplice “Grazie”.
Poi c’è la firma di mio padre. Poi c’è una medaglia. Poi c’è la firma del segretario del Partito Comunista Italiano, Luigi Longo.
Fu un partigiano. Stava nei Gap di Roma. Era nel gruppo di Franco Calamandrei, il fratello di Piero. E non mi ha mai raccontato nulla. Dal momento che non mi ha mai raccontato nulla, citerò un episodio e alcune righe da un vecchio libro.
Il tre marzo del 1944, di fronte alla caserma di viale Giulio Cesare, alcune donne romane chiedono la liberazione di mariti, figli e fratelli presi dai nazifascisti. Una di loro, Teresa Gullace, mentre cerca di parlare col marito detenuto nel carcere: la uccide un colpo di pistola. Pallottola nazista. Hai capito di cosa sto parlando?
Certo. E’ uno degli episodi più noti dell’occupazione. Ispirerà Roma città aperta di Rossellini e il personaggio interpretato da Anna Magnani.
I partigiani decisero di reagire. Leggi questo brano:
Ho capito. Tuo padre sta in un libro sulla Resistenza.
E i libri non sono finiti. Nel 1956 una giovane casa editrice di nome Feltrinelli, dove lavorava un editor di nome Luciano Bianciardi (prima che lo licenziassero, approfondisci qui se la digressione ti interessa), pubblicò un romanzo che s’intitolava Il sospetto e indovina cosa raccontava?
La Resistenza?
Hai indovinato. L’aveva scritto mio padre e iniziava così:
Non sembra che avesse voglia di vantarsi molto…
Ho la stessa impressione, da sempre.
Cosa direbbe mio padre se potesse parlarmi, ora?
“Sei mai cresciuto sotto un dittatore? Ti sei mai sentito in colpa senza essere colpevole? Hai mai avuto dieci anni nel fascismo, vent’anni nel fascismo? Senza un padre democratico? Senza libri in casa? Hai mai partecipato ai Littoriali? Sei mai stato un poeta? Hai mai capito di avere sbagliato? Ti sei mai rivoltato, prima di tutto contro te stesso? Hai mai gettato via una divisa? Hai mai desiderato assassinare qualcuno? Sei mai stato arrestato? Sei mai stato clandestino? Sei mai diventato comunista? Ti sei mai dovuto scusare? Sei stato mai guardato con sospetto? Io sono nato sfortunato, nel regime. Non tu. Sono cresciuto fascista. Poi ho combattuto nazisti e camicie nere; eppure mi guardavano con sospetto. Discolparsi di essere stato giovane, redimersi, convincere. Che stanchezza! Meglio il silenzio. Non voglio più ricordare.”
La firma di mio padre sul suo diploma in Resistenza non si vede quasi, è rossa e stinta. Solo perché so che c’è, posso vederla:
Ma quel diploma in Resistenza era il tesoro di mio padre. In una casa lo teneva appeso accanto al letto. In un’altra casa era al centro del suo studio. Era il certificato della sua seconda nascita, testimone del giorno in cui si mise al mondo per lottare nella più giusta delle guerre, la guerra civile di Liberazione.
Il 25 aprile di mio padre
Ha letto i giornali. Ha parlato con i compagni. Indossa il suo abito migliore ed esce. A via Veneto, seduto in un caffè, parla del futuro, del lavoro e della libertà con un giornalista famoso. Dopo passeggia fino al Tritone. Incontra un amico e festeggiano. A Galleria Colonna offre da bere a un’amica, che lo bacia sulla guancia. “Cosa fai stasera?”, gli chiede. Lui risponde: “Ho un impegno”. Poi saluta. Fa una telefonata. Prende un appuntamento. Cammina verso Campo Marzio. Attraversa il Tevere. Incontra un altro amico e festeggia anche con lui. Arriva davanti a un portone e suona. Si affaccia una donna e lui grida: “Sono io, apri”. Sale due piani di scale. Entra in un appartamento. La bacia. Ride e ascolta risate. Sfila via un paio di calze a rete. Slaccia una camicia. Solleva una gonna. Fa l’amore tutta la notte.
Non è andata così!
Ti sbagli. Non lo vedi che l’ho già scritto? Ormai è successo.
Era uno schiavo; si emancipò. Viveva in prigione; evase.
Oggi ho pubblicato un post su questo blog, diversi articoli su un sito di informazione indipendente, ho scambiato mail con amici e colleghi e messaggi su Facebook. Ho letto quello che volevo e ho detto quello che volevo. Tutto quello che sono stato libero di fare oggi, lo devo alla guerra che mio padre scelse di combattere. E lo ringrazio. Anche se non me ne raccontò mai nulla.
Riferimenti bibliografici
Nel 1942 un gruppo di giovani architettò un piano per assassinare Ciano, com’è ovvio fallendo. Si veda Galeazzo Ciano, Diario. 1937-1943, Milano 1980, p. 602. Altri titoli utili: Felice Chilanti (Ponte Zarathustra, Il colpevole, Ex), raccolti in La paura entusiasmante, Milano 1971; Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Milano 1962; Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini e Renato Calmieri (a cura di), La generazione degli anni difficili, Bari 1962; Marina Addis Saba, Gioventù italiana del littorio: la stampa dei giovani nella guerra fascista, Milano 1973; Ugoberto Alfassio Grimaldi, Cultura a passo romano: storia e strategie dei Littoriali della cultura e dell’arte, Milano 1983; Aldo Grandi, I giovani di Mussolini: fascisti convinti, fascisti pentiti, antifascisti, Milano 2001; Mirella Serri, I redenti, Milano 2005; Paolo Buchignani, La rivoluzione in camicia nera: dalle origini al 25 luglio 1943, Milano 2006.
Quello coi pantaloni di fustagno e il golf da marinaio?
Esatto. Lui è il libro in un’altra lingua, quella che non conosci.
Non farti illusioni. Non dirà nulla neanche oggi.
Lo so. Ma ci provo lo stesso.
“Che vuol dire che eri partigiano?”
(silenzio)
“Che cos’è la Resistenza?”
“E’ la guerra.”
“E la guerra cos’è?”
“Una cosa schifosa.”
Che ti avevo detto? Non parla.
Adesso qualcuno apre una finestra e al giorno segue la notte. Mr. Ragioniere, Mr. Pallottoliere, Nostro Signore dei conti che non tornano fa l’unica cosa che sa: passa, si lascia rimpiangere e l’uomo non ne ha più sessanta ma settantaquattro, e il bambino non ne ha più sette ma venti. L’uomo chiede: “Cosa studi all’università?”. Il bambino risponde: “La storia”. “Fai bene, la storia è importante”, e la sigaretta ora è un mozzicone che annerisce il legno, il gatto non c’è più, il televisore trasmette gli anni novanta, l’uomo a volte sragiona, non ricorda, scende le scale, va al bar, cade, si rompe un femore, lo mettono su una sedia a rotelle, cambia casa, ha paura di camminare, guarda Berlusconi in tv e s’impressiona, si ammala, guarisce, si ammala di nuovo mentre il bambino parte, ritorna, parte ancora e un giorno si incontrano circondati dal bianco.
L’uomo giace in un letto bianco che è enorme.
Ti sbagli. Il letto è normale. È lui che è diventato piccolo.
È vero. Sembra che una strega gli abbia fatto un incantesimo. Guarda com’è magro!
Il bambino si appoggia a una parete bianca e saluta l’uomo, che tra poche ore morirà. Muore verso l’alba e quindi ciao.
*
Sulla parete del mio studio è appeso un diploma in Resistenza. Il diplomato era mio padre, fiero dell’attestato e se lo teneva vicino. Adesso sono io a tenerlo vicino. Gli fu conferito nel 1965, nel ventennale della Liberazione. Un disegno di Renato Guttuso raffigura una ragazza che vola, vestita di rosso, aggrappata a una bandiera tricolore. Più sotto appaiono parole e aggettivi che letti tutti insieme dall’inizio alla fine dicono:Scarica l'mp3
Il che si potrebbe sintetizzare con un semplice “Grazie”.
Poi c’è la firma di mio padre. Poi c’è una medaglia. Poi c’è la firma del segretario del Partito Comunista Italiano, Luigi Longo.
Fu un partigiano. Stava nei Gap di Roma. Era nel gruppo di Franco Calamandrei, il fratello di Piero. E non mi ha mai raccontato nulla. Dal momento che non mi ha mai raccontato nulla, citerò un episodio e alcune righe da un vecchio libro.
Il tre marzo del 1944, di fronte alla caserma di viale Giulio Cesare, alcune donne romane chiedono la liberazione di mariti, figli e fratelli presi dai nazifascisti. Una di loro, Teresa Gullace, mentre cerca di parlare col marito detenuto nel carcere: la uccide un colpo di pistola. Pallottola nazista. Hai capito di cosa sto parlando?
Certo. E’ uno degli episodi più noti dell’occupazione. Ispirerà Roma città aperta di Rossellini e il personaggio interpretato da Anna Magnani.
I partigiani decisero di reagire. Leggi questo brano:
“Il Comando Militare del Partito Comunista predisponeva tempestivamente un attacco di sorpresa da parte dei GAP centrali diretti da Mario Fiorentini e Franco Calamandrei. All’azione vi [sic] presero parte anche il GAP della I zona, comandato da Alfredo Orecchio, e con compiti di copertura quello della II zona di Trastevere, comandato da Mario Carrani” (Lorenzo D’Agostini e Roberto Forti, Il sole è sorto a Roma. Settembre 1943, Roma, 1965, p. 211).
Ho capito. Tuo padre sta in un libro sulla Resistenza.
E i libri non sono finiti. Nel 1956 una giovane casa editrice di nome Feltrinelli, dove lavorava un editor di nome Luciano Bianciardi (prima che lo licenziassero, approfondisci qui se la digressione ti interessa), pubblicò un romanzo che s’intitolava Il sospetto e indovina cosa raccontava?
La Resistenza?
Hai indovinato. L’aveva scritto mio padre e iniziava così:
“Gregorio è ormai morto da sette giorni e io sono stanco e terrorizzato perché ho visto quei piccoli sorci che di nuovo ballano tra le statue. Le pattuglie fasciste sparano a salve sotto i balconi. L’inverno diventa lungo e queste bestiole ne approfittano. Di notte, mentre veglio aspettando, mi sanno alla loro mercé. Qui affianco, tra lo scranno e la tenda, si erge una statua di terracotta, rossastra. Grande più del naturale, raffigura una donna discinta, con un che di infiame nel grembo, gli occhi stravolti, le cosce opime. Ecco, un sorcetto le muove all’assalto. Su per i fianchi, fino al seno, alla gola, alla nuca. Poi, tra i capelli e la nuca, con una sorta di ingordo squittio, picchia i dentuzzi contro l’argilla. Ci riprova. Ci si accanisce senza successo. Infine ruzzola furibondo. È spaventoso. Non ci resisto”.
Non sembra che avesse voglia di vantarsi molto…
Ho la stessa impressione, da sempre.
Cosa direbbe mio padre se potesse parlarmi, ora?
“Sei mai cresciuto sotto un dittatore? Ti sei mai sentito in colpa senza essere colpevole? Hai mai avuto dieci anni nel fascismo, vent’anni nel fascismo? Senza un padre democratico? Senza libri in casa? Hai mai partecipato ai Littoriali? Sei mai stato un poeta? Hai mai capito di avere sbagliato? Ti sei mai rivoltato, prima di tutto contro te stesso? Hai mai gettato via una divisa? Hai mai desiderato assassinare qualcuno? Sei mai stato arrestato? Sei mai stato clandestino? Sei mai diventato comunista? Ti sei mai dovuto scusare? Sei stato mai guardato con sospetto? Io sono nato sfortunato, nel regime. Non tu. Sono cresciuto fascista. Poi ho combattuto nazisti e camicie nere; eppure mi guardavano con sospetto. Discolparsi di essere stato giovane, redimersi, convincere. Che stanchezza! Meglio il silenzio. Non voglio più ricordare.”
La firma di mio padre sul suo diploma in Resistenza non si vede quasi, è rossa e stinta. Solo perché so che c’è, posso vederla:
Ma quel diploma in Resistenza era il tesoro di mio padre. In una casa lo teneva appeso accanto al letto. In un’altra casa era al centro del suo studio. Era il certificato della sua seconda nascita, testimone del giorno in cui si mise al mondo per lottare nella più giusta delle guerre, la guerra civile di Liberazione.
Il 25 aprile di mio padre
Ha letto i giornali. Ha parlato con i compagni. Indossa il suo abito migliore ed esce. A via Veneto, seduto in un caffè, parla del futuro, del lavoro e della libertà con un giornalista famoso. Dopo passeggia fino al Tritone. Incontra un amico e festeggiano. A Galleria Colonna offre da bere a un’amica, che lo bacia sulla guancia. “Cosa fai stasera?”, gli chiede. Lui risponde: “Ho un impegno”. Poi saluta. Fa una telefonata. Prende un appuntamento. Cammina verso Campo Marzio. Attraversa il Tevere. Incontra un altro amico e festeggia anche con lui. Arriva davanti a un portone e suona. Si affaccia una donna e lui grida: “Sono io, apri”. Sale due piani di scale. Entra in un appartamento. La bacia. Ride e ascolta risate. Sfila via un paio di calze a rete. Slaccia una camicia. Solleva una gonna. Fa l’amore tutta la notte.
Non è andata così!
Ti sbagli. Non lo vedi che l’ho già scritto? Ormai è successo.
Era uno schiavo; si emancipò. Viveva in prigione; evase.
Oggi ho pubblicato un post su questo blog, diversi articoli su un sito di informazione indipendente, ho scambiato mail con amici e colleghi e messaggi su Facebook. Ho letto quello che volevo e ho detto quello che volevo. Tutto quello che sono stato libero di fare oggi, lo devo alla guerra che mio padre scelse di combattere. E lo ringrazio. Anche se non me ne raccontò mai nulla.
Riferimenti bibliografici
Nel 1942 un gruppo di giovani architettò un piano per assassinare Ciano, com’è ovvio fallendo. Si veda Galeazzo Ciano, Diario. 1937-1943, Milano 1980, p. 602. Altri titoli utili: Felice Chilanti (Ponte Zarathustra, Il colpevole, Ex), raccolti in La paura entusiasmante, Milano 1971; Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Milano 1962; Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini e Renato Calmieri (a cura di), La generazione degli anni difficili, Bari 1962; Marina Addis Saba, Gioventù italiana del littorio: la stampa dei giovani nella guerra fascista, Milano 1973; Ugoberto Alfassio Grimaldi, Cultura a passo romano: storia e strategie dei Littoriali della cultura e dell’arte, Milano 1983; Aldo Grandi, I giovani di Mussolini: fascisti convinti, fascisti pentiti, antifascisti, Milano 2001; Mirella Serri, I redenti, Milano 2005; Paolo Buchignani, La rivoluzione in camicia nera: dalle origini al 25 luglio 1943, Milano 2006.
Di Davide Orecchio il 25/04/2010 alle 00:01
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Anch'io, come Adolfo Chiesa (a proposito: ciao, Adolfo!) ho lavorato molti anni con Alfredo Orecchio a "Paese Sera". A quanto pare il figlio è degno di tanto padre.
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Ho conosciuto abbastanza bene alfredo. Ho lavorato con lui a Paese Sera per decenni. Penso spesso a lui, eravamo abbastanza amici anche se io ero più giovane d'una ventina d'anni (difatti vivo ancora, male ma vivo ancora). Ricordo Oretta, quando mi parlava di te bambino. Oggi ho visto segnalato un tuo libro sul Corriere, e non ho avuto dubbi che si trattava di te. Così ti ho cercato sul web, sono contento di averti trovato.
Io ormai vivo di ricordi. mi piacerebbe conoscerti un giorno. un abbraccio comunque, se mai leggerai. Adolfo Chiesa
Io ormai vivo di ricordi. mi piacerebbe conoscerti un giorno. un abbraccio comunque, se mai leggerai. Adolfo Chiesa
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caro Davide, ho letto il tuo scritto tra il 25 aprile e il 1° maggio: bellissimo e commovente. Di questi tempi il "sangue dei vinti" furoreggia e non si può veramente dare più nulla per scontato
7
Grazie. Un abbraccio.
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Ciao Madda, buon 25 aprile a te. Con o senza il Ludwig van ;)
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Caro davide, ascolto il concerto n. 3 del buon vecchio Ludwig e ti rileggo. Sì perchè ho letto più volte il tuo scritto.
Emotivamente, e quindi anche politicamente, quello che mi manca terribilmente nelle persone che fanno la nostra storia oggi, quelle che stanno in TV, è il riserbo, il pudore. Le poche parole piene di significato. I silenzi. La gravitas.
Non ho conosciuto tuo padre ma ho nostalgia di un uomo così, così come lo descrivi. Grazie per aver condiviso con noi i tuoi ricordi.
buona festa della liberazione dal nazifascismo a tutti
Emotivamente, e quindi anche politicamente, quello che mi manca terribilmente nelle persone che fanno la nostra storia oggi, quelle che stanno in TV, è il riserbo, il pudore. Le poche parole piene di significato. I silenzi. La gravitas.
Non ho conosciuto tuo padre ma ho nostalgia di un uomo così, così come lo descrivi. Grazie per aver condiviso con noi i tuoi ricordi.
buona festa della liberazione dal nazifascismo a tutti
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per Silvia: è la cronaca di oggi. Ma cosa ne resterà sui libri di storia di domani?
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Anche mia nonna è stata nelle brigate Garibaldi in Toscana ma non ne ha mai voluto parlare. Però io sono cresciuta lo stesso con il culto della memoria e l'amore per la storia. Peccato che ora sembri tutto stravolto. Addirittura il fascista Fini è un campione di democrazia. Peccato che alla maggioranza di questo paese non interessi nulla né di Fini né di Berlusconi né della festa della Liberazione ma solo di trovare un lavoretto al proprio figliolo grazie a un amico o un politico più o meno vicino. È la storia di oggi?
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grazie Ale. ciao!
1
Davide, questo pezzo è bellissimo, mi ha lasciato senza fiato. Grazie
Oggi ho letto che l'ANPI ha avuto molte iscrizioni di giovani sotto i trent'anni. Forse i padri hanno avuto difficoltà a parlare ai figli, ma evidentemente la memoria non è andata del tutto persa.
Oggi ho letto che l'ANPI ha avuto molte iscrizioni di giovani sotto i trent'anni. Forse i padri hanno avuto difficoltà a parlare ai figli, ma evidentemente la memoria non è andata del tutto persa.
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