25/11/2010
Patriots 1
C'è questa faccenda del patriottismo e dell'anniversario italico (1861-2011) nella quale vorrei lasciarmi coinvolgere con ipotetica dovizia di riflessioni se non avessi questo maledetto sito da mandare avanti insieme a uno straccio di vita non digitale (quella, ormai ridotta a scheletro, in cui si mangia, si beve, si dorme, si danno e ricevono baci, si esce con gli amici ecc. ecc.).
Patriottismo, ossia amor di patria. Patria, ossia "l'ambito territoriale, tradizionale e culturale, cui si riferiscono le esperienze affettive, morali, politiche dell’individuo, in quanto appartenente a un popolo" (Devoto-Oli).
A lungo, nei confronti di questa emozione che è o dovrebbe essere la patria, ho provato l'indifferente anaffettività indotta dalla complicità di pigri insegnanti e aridi manuali, e di me stesso.
Più spesso, verso la patria, ho provato una rabbia che un film importante in sala in questi giorni, "Noi credevamo", mi ha finalmente spiegato. Una rabbia ereditata, evidentemente, da generazioni e generazioni di italiani che ci hanno creduto e sono stati, o si sono sentiti, traditi.
Per spiegare l'apatriottismo di molti italiani, in specie a sinistra, occorre fare un viaggio al centro della loro storia dove raccontare ieri (il marxismo, l'internazionalismo) o l'altro ieri (20 anni di patria fascista) non basta proprio. Forse in qualche "Patriots post" prossimo/futuro si potrebbe rispolverare, almeno in pillole, una qualche lezione di lunga durata. E, per analogia, un libro di storia che ha fatto storia (Maurice Agulhon, La République au village, les populations du Var de la Révolution à la IIe République, Paris, Seuil, 1979) dove si racconta, tra l'altro, che in una campagna francese gli abitanti di un villaggio votano a destra, e gli abitanti del villaggio vicino votano socialista, e si spiega che questo schizofrenico rancore tra cugini di campagna ha una precisa, e lontana, origine. Perché le risposte sono sempre nelle lontane origini.
Forse, in qualche post futuro.
Qui invece voglio ricordare il primo giorno che mi sono sentito fiero di essere italiano. È successo tanto tempo fa: il primo settembre del 1991. Ed è successo lontano dall'Italia (nicht zufälligerweise). A Berlino, dove un'estate provavo a imparare la lingua che parlano laggiù, lessi su un giornale che una domenica mattina Claudio Magris avrebbe tenuto una conferenza nel Renaissance-Theater. Comprai il biglietto immaginando una sala semivuota e un uditorio più diradato dei capelli di mio padre. Invece, quando entrai nel teatro, vidi che non c'era neanche una poltrona libera. E il teatro era grande. E il pubblico, in silenzio, ascoltava le storie di cosacchi e italiani, Reno, Danubio e mitteleuropei che Magris raccontava dal suo scranno.
Al termine della lezione scattò un lungo e convinto applauso. E io, tremando pure un poco, provai per la prima volta l'emozione d'essere italiano.
Conservo ancora il biglietto di quella matinée. L'ho pubblicato all'inizio del presente (ma ormai già passato) post.
Di Davide Orecchio il 25/11/2010 alle 19:16
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non ricondurrei la rabbia solo a un innesco nazionalistico (rabbia di destra), ma a una più mite delusione politica (rabbia di sinistra)
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Paul Ginsborg in "Salviamo l'Italia" fa un'importante distinzione tra patriottismo (positivo) e nazionalismo (negativo). Per spiegare il primo, che implica legami affettivi, morali e umorali con la propria terra – legami miti, non aggressivi come quelli prodotti dal nazionalismo e che pertanto comportano anche, verso la stessa patria, rabbie e delusioni – cita molto persuasivamente il patriottismo di George Orwell e Simone Weil.
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