01/05/2011
L’assassino di Trockij

Ramón Mercader per me non è mai stato più che un nome tinto di abiezione staliniana. Una sagoma sbucata dall’ombra della storia per impugnare una piccozza e uccidere l’ultimo dei bolscevichi, a Coyoacán nell’agosto del 1940.
Mercader moriva con Trockij, assassinandolo, ed era privo di nascita, volontà, spessore biografico. Un soldato di Stalin, telecomandato.
Ovviamente non era così. Il romanzo di Leonardo Padura Fuentes, El hombre que amaba a los perros, racconta quest’uomo dall’inizio alla fine. Le origini borghesi ripudiate e la famiglia catalana, il tossico invasamento rivoluzionario della madre (che fece del figlio una spia), l’arruolamento nella guerra civile antifranchista, il lavaggio del cervello stalinista e il reclutamento come infiltrato e agente provocatore nella sinistra eterodossa, prima tappa del viaggio che si sarebbe concluso a Città del Messico.
Mercader visse, giovanissimo, anni difficili, violenti, disperati e illusi, nei quali ogni informazione era il prodotto di un filtro fascista o stalinista, e nel secondo caso la paranoia del dittatore georgiano riempiva il mondo di nemici del popolo, socialfascisti o sabotatori, tutti meritevoli di disprezzo e pena capitale. Hitler prendeva il potere sfruttando il verdetto di morte lanciato da Mosca contro l’alleanza tra comunisti e socialisti. Le forze antifranchiste spagnole si massacravano tra di loro a Barcellona. Le forze della democrazia occidentale assistevano pavide e inerti allo spettacolo in un calcolo miope che avrebbe dato una sottrazione, non la somma sperata.
Tutte cose arcinote, ma è per spiegare il cosiddetto “contesto” nel quale crebbe Mercader come uomo adulto capace di scelte. Persino un assassino politico necessita di una formazione, e la costruisce lasciandosi costruire, perché ogni Bildung è sempre anche Selbstbildung: il romanzo di Padura ce lo racconta, e spiega, in modo splendido. Questo anche per dire che non esistono burattini telecomandati. Un killer che sbuca dall’ombra per uccidere è arrivato fin laggiù mosso da idee, emozioni e un libero arbitrio in assenza dei quali nessuno, neanche il potente Stalin, potrebbe ottenere obbedienza. Affinché Mercader si convincesse ad agire come si voleva che agisse, tornarono utili la propaganda, l’ideologia e l’odio. Il colpo di piccozza, però, lo inferse lui e lui solo, unico padrone e responsabile morale del proprio destino, come tutti noi lo siamo del nostro.
Di Davide Orecchio il 01/05/2011 alle 14:30



