23/01/2012
Perché Apple costruisce in Cina. L'articolo che tutti dovrebbero leggere
Circa un anno fa, durante una cena in California, Barack Obama chiese a Steve Jobs: perché Apple non costruisce gli iPhone negli Stati Uniti? Perché non riporta il lavoro indietro dalla Cina? E Jobs rispose senza giri di parole: “Quei posti di lavoro non torneranno a casa”. La conversazione è riportata in un articolo del New York Times firmato da Charles Duhigg e Keith Bradsher. Un articolo che chiunque possieda un iPhone dovrebbe leggere, come nota, rilanciandolo dal suo blog su Zdnet, Jason D. O'Grady. (aggiornamento del 26.1.2012: L'articolo si è evoluto in un'inchiesta vera e propria, pubblicata qualche giorno dopo sempre sul NYT).
Apple ha venduto nel 2011 circa 70 milioni di iPhone, 30 milioni di iPad e 59 milioni di altri prodotti. Impiega negli Stati Uniti circa 43mila persone, e 20mila fuori dall'America. È evidente, come ricostruisce il Nyt, che il grosso della sua forza lavoro sta nelle ditte appaltatrici, che occupano circa 700mila lavoratori e operano quasi tutte nel sudest asiatico.
Apple non costruisce più quasi nulla in America. Ma non è stato sempre così, visto che negli anni 80 e 90, all'epoca dei Macintosh, lo stesso Jobs si vantava pubblicamente delle sue fabbriche made in Usa. La svolta asiatica è arrivata nel corso dell'ultimo decennio. Gli anni della iGeneration. Di poddini e paddini. Gli anni della scoperta di un partner formidabile: la Foxconn di Shenzen. Ora i media e l'opinione pubblica iniziano a preoccuparsi: tutta questa ricchezza prodotta dalla nuova industria dell'era digitale, e così poca redistribuzione tra la classe media americana. Ma forse è troppo tardi.
Per capirlo, torniamo al dialogo Obama-Jobs riportato dal Nyt, nel corso del quale l'allora Ceo della Mela californiana spiegò al presidente che non era solo una questione di costo del lavoro e bassi salari, ma di organizzazione, flessibilità, “scrupolosità”, “competenza industriale” che l'indotto cinese poteva garantire, e il made in Usa non più.
Per spiegare la “formula”, il servizio del Nyt riporta un esempio concreto (citando un ex dirigente Apple):
L'intera catena di montaggio, ormai, è in Cina, con buona pace degli operai americani. Hai bisogno di cambiare la forma di una vite? In tre ore gli operai Foxconn eseguono il comando. Hai bisogno di duemila persone per uno straordinario notturno? La Foxconn le ha già pronte per te, “semiscongelate” nelle loro brande. E ti credo che qualcuno a volte si suicida.
“Velocità e flessibilità mozzafiato”, commenta ancora il manager al Nyt: “Nessuna fabbrica americana potrebbe fare altrettanto”.
Nessuna fabbrica occidentale tout court – si può aggiungere – sarebbe in grado di competere. Ma (parafrasando una battuta famosa di Pulp Fiction), siamo sicuri che si tratti dello stesso campo, della stessa palla, e dello stesso gioco? Ciò che il dirigente Apple con entusiasmo anche naif chiama “flessibilità” e “velocità”, quel sistema multidimensionale e multilatitudinario in base al quale il ritmo di veglia e sonno dell'operaio Foxconn resta sincronizzato con l'orario d'apertura del più trendy degli Apple Store, che consente di tirar giù dal giaciglio 8mila operai a mezzanotte e metterli a un turno di 12 ore, in quale grande categoria dei rapporti umani dobbiamo rubricarlo: nella moderna organizzazione del lavoro o non, piuttosto, nell'ambito dei rapporti feudali tra servi e signori?
I consumatori che tanto (e giustamente) amano i prodotti Apple dovrebbero pretendere qualcosa di diverso. Il gioco può cambiare e le regole pure. Prima del game over.
Apple ha venduto nel 2011 circa 70 milioni di iPhone, 30 milioni di iPad e 59 milioni di altri prodotti. Impiega negli Stati Uniti circa 43mila persone, e 20mila fuori dall'America. È evidente, come ricostruisce il Nyt, che il grosso della sua forza lavoro sta nelle ditte appaltatrici, che occupano circa 700mila lavoratori e operano quasi tutte nel sudest asiatico.
Apple non costruisce più quasi nulla in America. Ma non è stato sempre così, visto che negli anni 80 e 90, all'epoca dei Macintosh, lo stesso Jobs si vantava pubblicamente delle sue fabbriche made in Usa. La svolta asiatica è arrivata nel corso dell'ultimo decennio. Gli anni della iGeneration. Di poddini e paddini. Gli anni della scoperta di un partner formidabile: la Foxconn di Shenzen. Ora i media e l'opinione pubblica iniziano a preoccuparsi: tutta questa ricchezza prodotta dalla nuova industria dell'era digitale, e così poca redistribuzione tra la classe media americana. Ma forse è troppo tardi.
Per capirlo, torniamo al dialogo Obama-Jobs riportato dal Nyt, nel corso del quale l'allora Ceo della Mela californiana spiegò al presidente che non era solo una questione di costo del lavoro e bassi salari, ma di organizzazione, flessibilità, “scrupolosità”, “competenza industriale” che l'indotto cinese poteva garantire, e il made in Usa non più.
Per spiegare la “formula”, il servizio del Nyt riporta un esempio concreto (citando un ex dirigente Apple):
L'azienda aveva appena rinnovato gli iPhone e nel giro di poche settimane doveva iniziare a venderli. Un ritocco last minute allo schermo dello smartphone rese necessaria la riorganizzazione della catena di montaggio in Cina. I nuovi schermi arrivarono a mezzanotte. Il caporeparto svegliò 8mila operai che riposavano nei dormitori della città-fabbrica, fece consegnare a ciascuno di loro un biscotto e una tazza di tè, li fece condurre in postazione, in mezz'ora spiegò loro i cambiamenti nella linea di produzione, quindi fece partire un turno di 12 ore durante le quali i nuovi schermi furono incastrati nelle scocche, e nel giro di 96 ore ecco che lo stabilimento produceva 10mila iPhone al giorno.
L'intera catena di montaggio, ormai, è in Cina, con buona pace degli operai americani. Hai bisogno di cambiare la forma di una vite? In tre ore gli operai Foxconn eseguono il comando. Hai bisogno di duemila persone per uno straordinario notturno? La Foxconn le ha già pronte per te, “semiscongelate” nelle loro brande. E ti credo che qualcuno a volte si suicida.
“Velocità e flessibilità mozzafiato”, commenta ancora il manager al Nyt: “Nessuna fabbrica americana potrebbe fare altrettanto”.
Nessuna fabbrica occidentale tout court – si può aggiungere – sarebbe in grado di competere. Ma (parafrasando una battuta famosa di Pulp Fiction), siamo sicuri che si tratti dello stesso campo, della stessa palla, e dello stesso gioco? Ciò che il dirigente Apple con entusiasmo anche naif chiama “flessibilità” e “velocità”, quel sistema multidimensionale e multilatitudinario in base al quale il ritmo di veglia e sonno dell'operaio Foxconn resta sincronizzato con l'orario d'apertura del più trendy degli Apple Store, che consente di tirar giù dal giaciglio 8mila operai a mezzanotte e metterli a un turno di 12 ore, in quale grande categoria dei rapporti umani dobbiamo rubricarlo: nella moderna organizzazione del lavoro o non, piuttosto, nell'ambito dei rapporti feudali tra servi e signori?
I consumatori che tanto (e giustamente) amano i prodotti Apple dovrebbero pretendere qualcosa di diverso. Il gioco può cambiare e le regole pure. Prima del game over.
Di Davide Orecchio il 23/01/2012 alle 18:02
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A me quello demagogico sembri tu. se pensi che qualsiasi prodotto che usi in casa debba essere costruito in condizioni di semischiavitù, ti meriti un bell'esproprio proletario e la confisca della carta di credito. così smetterai di far danni in giro.
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Fai ridere. Vorrei vedere a casa tua quanti apparecchi (tv, lavatrice, forno, stereo, orologio, ecc) è costruito in Italia o USA. Ma smettiamola con queste calzate demagogiche!!!!
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però guarda che nella città Foxconn ci vivono più di 200mila lavoratori. non è molto complicato reclutarne qualche migliaio per un turno di notte
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Che bel pezzo!Anche se sono piuttosto dubbioso sulla parte che parla di ottomila operai svegliati nel cuore della notte per gestire una modifica alla catena di montaggio:ci sono dei tempi tecnici difficili da gestire per chiunque in casi di quel genere e poi ottomila operai sono pur sempre ottomila operai!Posso sembrare ottusamente presuntuoso ma mi sembra un espediente per stupire,per dire che :tanto vale che vi rassegniate li voi non arriverete mai!
Dal canto mio credo che Apple preferisca scegliere tra una Foxconn partner piuttosto che una Foxconn avversaria viste le sue capacità di impresa.Questo ha fatto di Apple un'azienda leader nel settore gli altri si son adeguati ed è comiciata cosi l'era delle delocalizzazioni.Ma è vero anche che l'unico modo di combattere e vincere questa guerra è sul fronte dei diritti!Solo esportando i diritti e non solo il nostro modo di vivere capitalista si può sperare in un mondo di lavoro per tutti un lavoro a misura di essere umano.
Dal canto mio credo che Apple preferisca scegliere tra una Foxconn partner piuttosto che una Foxconn avversaria viste le sue capacità di impresa.Questo ha fatto di Apple un'azienda leader nel settore gli altri si son adeguati ed è comiciata cosi l'era delle delocalizzazioni.Ma è vero anche che l'unico modo di combattere e vincere questa guerra è sul fronte dei diritti!Solo esportando i diritti e non solo il nostro modo di vivere capitalista si può sperare in un mondo di lavoro per tutti un lavoro a misura di essere umano.
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